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L’ abbandono è una definizione di sé "non interlocutoria" cioè una dichiarazione di dove ci si trova e di dove si intende andare. "Ti amo" come "ti lascio" sono definizioni che non possono diventare quasi mai parte di un dialogo.


L’abbandono non è solo esperienza di una caduta fuori dalla scena del mondo perché il mondo continua a esistere come prima, pur non essendo più lo stesso di prima. Tutto è come prima: le strade, le vetrine, gli abiti, il volto, le mani, i cinema, i ristoranti, i libri, il tempo, le mattine, le notti, la luce del giorno, le fermate del metro, gli amici, le scarpe, i quadri, i bicchieri, le tazze, il corpo stesso. Tutto è rimasto come prima. Eppure tutto non è più come prima. La presenza del mondo si è interrotta. L’inondazione del trauma esiste anche se è invisibile e scuote l’assetto intero del mondo così come lo conoscevamo nella prospettiva del Noi. Nell’abbandono si fa esperienza del mondo come del relitto di un veliero che avevi conosciuto prima nelle sue forme più gloriose. È come un vero e proprio lutto: il mondo continua a essere come prima, ma l’assenza dell’Altro lo ha reso irriconoscibile, ha aperto un buco reale al suo centro e tutto sembra precipitarvi dentro. Manca il respiro (e con lui tutte le evidenze naturali a cui risponde abitualmente il nostro organismo); l’abbandonato appare come un pesce che viene gettato fuori dal suo elemento naturale ed è costretto a respirare in un ambiente che non lo prevede più. Il mondo come lo conoscevi, il mondo che prima abitavi, che esprimeva una familiarità ogni volta nuova, è diventato di pietra, si è assiderato, è morto, si è carbonizzato, non respira più, è come un musicista a cui han tolto l'udito e che sente solo  silenzio, nemmeno più l'eco della sua voce che chiama....

fonti: Massimo Recalcati "Non è più come prima"

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